Da Counter-Strike a ISIS, una breve storia dalla Fabbrica del Jihad in Siri

di Salim Salamah

Traduzione di Claudia Avolio*

This text was published originally in English: From Couter-Strike to ISIS, a short story from Syria Jihad Factory


Si sa che dal primo giorno della rivolta siriana la narrativa del regime si è intessuta su racconti infarciti di jihadisti, cospirazioni saudito-qatarine e combattenti stranieri che cercavano di destabilizzare il regno secolare di Assad. Le legittime richieste del popolo siriano non sono mai state riconosciute ed oltre a lavorare sodo per costruire la propria narrativa, il regime ha usato come strumento la liberazione dei combattenti jihadisti dalle sue prigioni. Questo non solo per farli convergere nell’ISIS ma ancor prima per istituirlo: l’ISIS, il famoso gruppo radicale che combatte il Libero Esercito Siriano, terrorizzando gli abitanti dell’area nord della Siria – liberata – e di recente anche il sud di Damasco. Ma soprattutto cooperando con Assad nell’ambito di segreti accordi petroliferi.

Con l’avanzata dell’ISIS in Iraq, ho iniziato a ricordare i miei amici d’infanzia che si erano uniti alla “resistenza popolare” per combattere le truppe americane. Uno di loro era Hossam, morto nella famosa battaglia di Fallujah. Chi è rientrato in Siria, è stato portato nelle carceri del servizio di sicurezza: che siano tra i jihadisti liberati nel 2011 è un collegamento che al momento non posso fare. Questo testo è una testimonianza e una storia di spiriti liberi, di ragazzi reclutati dall’intelligence siriana per combattere una battaglia persa.

“Nell’estate del 2003, decine di giovani palestinesi sono andati a combattere in Iraq. Di quelli partiti dal mio quartiere nel campo di Yarmouk per rifugiati palestinesi, ricordo almeno 5 giovani uomini – uno di loro era Hossam. Aveva uno di quei volti da bambino che non nascondono nulla e parlano di un’immensa storia ed un persistente moto interiore dello spirito ebbro di un lamento, di una giovane sorta di curiosità che ancora oggi resta impressa prepotente nella mia testa.”

Ricordo ancora molto bene quanto i miei amici diciottenni fossero eccitati all’idea di diventare combattenti nelle forze di Saddam Hussein contro le truppe straniere. Anche dopo il collasso del regime iracheno ed il dispiegamento delle truppe NATO ed americane sul confine siro-iracheno, centinaia e forse migliaia di giovani uomini siriani e palestinesi hanno continuato a schierarsi dalla parte dell’Iraq per combattere con le loro sorelle ed i loro fratelli iracheni. Una guerra santa che per gran parte del tempo avrebbe visto le loro vite finire ancora prima di prendervi parte.

Era l’estate del 2003 quando il me tredicenne di allora sedeva davanti al palazzo della mia famiglia – lo stesso palazzo che mio nonno costruì negli anni ’60 dopo lo sfollamento israeliano della mia famiglia nel 1948. Hossam che all’epoca aveva 18 anni e aveva appena finito le superiori mi ha chiesto se volevo fare una partita a Counter-Strike da Faisal – il negozio di elettronica vicino alla strada principale del campo di Yarmouk. Lui aveva il suo giocatore a cui aveva dato il nome di “Al-Kafi” cioè “Il Sufficiente”, che è anche il nome di un famoso dizionario di arabo, lingua a cui lui era molto affezionato, come tutti i diciottenni. Si arrabbiava quando il suo giocatore usciva di scena venendo messo k.o. dal mio, che avevo chiamato “Phantom”.

Per la mia generazione e chi l’ha vissuta, la caduta di Baghdad è stato un momento da non poter dimenticare. Mi ricordo che quel pomeriggio ero seduto a casa con mio padre e per la prima volta l’ho visto restare senza parole. Avevamo già affrontato parecchie cose, ma la vista dei razzi che cadevano sull’antica città quel giorno era qualcosa di diverso. Proprio mentre le strade siriane erano nel bel mezzo dell’attesa e del presagio con il vociferare crescente di un attacco americano contro la Siria che alla fine non c’è mai stato e questo – dicono alcuni – grazie ad Israele.

Un paio di settimane dopo la partenza di Hossam per l’Iraq mentre mi recavo nel negozio di Faisal per una partita a Counter-Strike d’un tratto ecco questo muro tirato su per scriverci una sfilza nomi. Mi sono avvicinato e ho capito che erano i nomi di chi era andato in Iraq: la maggior parte degli amici con cui avevo giocato, e proprio alla fine c’era il nome di Hossam. Un muro mi ha detto che molti dei ragazzini con cui ero stato solito giocare, con cui avevo condiviso risate e sogni non erano più lì e anche chi non era stato dichiarato morto allora è scomparso per anni. Lo si sarebbe saputo dopo: sono stati trattenuti dalle forze di sicurezza siriane sulla base del fatto di essere terroristi, da quello stesso apparato di sicurezza che aveva facilitato e perfino incoraggiato i loro sforzi da cui avevano preso l’avvio.

Hossam, come molti altri giovani palestinesi e siriani, è stato una vittima del regime siriano che ha incoraggiato lui e i suoi compagni ad attraversare il confine per combattere la guerra santa. Ha incoraggiato un gruppo di adolescenti a lanciarsi in uno scontro con le truppe americane e conferire dignità alla loro patria. Un regime che ha promesso loro una ragion d’essere ed un’opportunità di cambiare la Storia e decidere dello status quo del mondo per gli anni a venire. Questo solo per lasciarli morire lì e per accusare coloro che ce l’avessero fatta a tornare di ciò che era stato loro promesso e renderlo il modo con cui tagliarli fuori, tra impotenza e sconfitta.

Assad and the chair

“Undici anni più tardi, ricordo ancora la lucentezza negli occhi di Hossam mentre parlava di un domani migliore per il quale vale la pena combattere – una lotta che deve ancora essere definita anche se le vittime ci sono già da oltre un decennio. Una lotta per la sopravvivenza di dittature, regimi settari e signori della guerra, da Assad a Maliki. Quelli che hanno fabbricato l’ISIS.”


 

Claudia Avolio: is studying Arabic language and culture at the university of Università Roma Tre (Rome Three University), her current translations and writings concentrate on Syria and particularly on Yarmouck Camp for Palestinian Refugees, beside her blog about Arabic roots and words, explored through a personal and  creative approach. HERE

حاكيني وخود الغلة !

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